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In questo articolo l'autore esplora da tre diverse angolature il fenomeno dell'incapacità di sognare (in contrapposizione all'incapacità di ricordare i propri sogni). In primo luogo egli discute, dalla prospettiva della teoria psicoanalitica, l'idea di Bion che l'attività onirica crei la mente conscia e quella inconscia (e non viceversa). Chi non sa sognare non riesce a generare un'esperienza cosciente e un'esperienza inconscia distinguibili, vivendo pertanto in uno stato psichico nel quale non sa a distinguere la veglia dal sonno, il sognare dal percepire. Successivamente, egli affronta il problema dell'incapacità di sognare dalla prospettiva ricavata da un'opera letteraria, discutendo un racconto di Borges che crea, con singolare artificio, l'esperienza di non saper sognare. Infine l'autore utilizza il punto di vista di una relazione particolareggiata di un'esperienza clinica per esaminare che cosa significhi non saper sognare. Egli descrive uno stato iniziale caratterizzato dalla proliferazione, nella paziente, di “rumori psichici” inutilizzabili che, in un periodo di anni, indussero nello psicoanalista la “deprivazione della rêverie” e brevi periodi di psicosi da controtransfert. L'autore quindi presenta e discute due sedute psicoanalitiche nel corso delle quali il lavoro psicologico contribuì ad accrescere, nella paziente e nello psicoanalista, la capacità di sognare davvero, sia nello stato di sonno sia in quello di rêverie analitica.
Si è scritto molto sul significato dei sogni, ma relativamente poco su che cosa significhi sognare e ancor meno su che cosa significhi non riuscire a sognare. Qui di seguito saranno presentate un'idea, una storia e un'esperienza analitica, laddove ognuna di esse verrà utilizzata come luogo di accesso all'interrogativo su che cosa significhi, sia sul piano teorico sia su quello esperienziale, non essere in grado di sognare.
Prima di discutere un'idea (o più accuratamente un insieme di idee inestricabilmente intrecciate) tratt