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Nella nostra storia abbiamo per lo più sofferto di una visione pedestre della coscienza, sfociata in discussioni sull'argomento da quando Freud l'ha qualificata, nel migliore dei casi, come un mormorio in seno alle proliferanti teorie sulla tecnica. Se molti, al di fuori della psicoanalisi, guardano alla coscienza come a uno dei grandi misteri della scienza (Kandel, 2000), nel nostro campo, quand'anche la si prenda in considerazione, essa non è che un epifenomeno.
Dinanzi a questo panorama non sorprende che la maggior parte degli psicoanalisti sembra considerare la coscienza un elemento di divagazione rispetto all'interesse autentico della psicoanalisi, vale a dire l'inconscio. Non sono stati compiuti molti progressi rispetto a quanto affermava Anna Freud oltre 65 anni addietro: «Per un insieme di ragioni molti analisti si erano fatti l'idea che il valore scientifico e terapeutico del trattamento analitico fosse direttamente proporzionale alla profondità degli strati psichici presi in esame» (1936, 3).
Personalmente ritengo che nella psicoanalisi clinica tutte le interpretazioni dell'inconscio comportino implicitamente una definizione di coscienza psicoanalitica. Ogni volta che interpretiamo qualcosa di sconosciuto al paziente, esprimiamo la nostra convinzione sullo statuto di conoscibilità dell'ignoto. Possiamo figurarci di assumere una posizione che ci induca a lasciare a livello inconscio le fantasie che producono i sintomi più importanti nella vita del paziente, considerando positivamente tale scelta? Ogni interpretazione è il tentativo di fare affiorare il materiale inconscio alla superficie della mente. Eppure ho l'impressione che non ne abbiamo indagato a sufficienza le ragioni, e di conseguenza abbiamo sviluppato metodi interpretativi che attribuiscono scarso rilievo agli strati superficiali della mente.
Freud si ritrovò a scontrarsi con lo stesso problema quando sviluppò il metodo della libera associazione. Pur respingendo ogni sforzo del paziente di esercitar