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Il cinema come ideale si impone tra gli elementi principali del film Lo sguardo di Ulisse di Theo Anghelopulos, in cui si racconta di un cineasta per il quale occuparsi di tre vecchie pellicole cinematografiche diventa una ragione di vita.
Nel film il protagonista non ha nome. Andrew Horton (1997) scrive che nella sceneggiatura questo personaggio era stato chiamato A; A come la prima lettera dell'alfabeto e l'iniziale di Anghelopulos, segno allusivo di qualche tratto autobiografico intessuto nella trama del film. Sennonché sarebbe fuorviante parlare di autobiografia, come pure affermare che lo spettatore è identificato con il protagonista. Entro i limiti di questo articolo ci basta parlare di una convergenza tra l'autore, il personaggio e lo spettatore che discende dall'approccio narrativo proprio di Anghelopulos.
In questo, come in altri suoi film, egli tratteggia una sorta di biografia immaginaria che racconta dell'esilio e delle sofferenze inflitte da frontiere invalicabili.
Le frontiere appassionano noi analisti, che consideriamo la barriera contro l'incesto, i confini tra sé e l'altro e ulteriori differenziazioni delle tappe essenziali che segna-no il divenire umano. Anghelopulos — dovrebbe essere chiaro — ne parla in senso molto diverso, denunciando le frontiere che sono strumento di ingiustizia, esclusione e odio nazionalistico.
Lo sguardo di Ulisse è stato girato alla fine del 1994, quando la tragedia in Bosnia era ancora in corso, anno che costituisce anche il «presente» dell'azione. Anghelopulos non ha potuto girare nessuna scena a Sarajevo, come era invece sua intenzione, e la realizzazione del film è stata anche segnata da una tragedia personale: Gian Maria Volontè, per cui era stata pensata una parte, morì poco dopo l'arrivo in Macedonia e Josephson lo sostituì.
A è un regista americano che torna nel suo paese natio, la Grecia, dopo 35 anni di assenza, con lo scopo esplicito di assistere alla proiezione dei suoi film, pur ammet-tendo prontamente che si tratt