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La signorina A era una ragazza di 22 anni attraente e vivace, alle prese con gli strascichi di un'adolescenza turbolenta e i compiti evolutivi della giovane adultità. Esibiva un comportamento leggermente immaturo per la sua età. Si presentò alla prima seduta vestita come se si fosse trattato di un colloquio di lavoro. Pur mostrando un piglio allegro e una certa disinvoltura comunicativa, l'ansia di essere accettata si manifestò con evidenza fin da subito. Instaurammo un contatto a livello superficiale, mi snocciolò i suoi successi eclatanti nello sport e negli studi, senza menzionare infelicità o delusione di sorta. Tratteggiò un'immagine idealizzata di un passato perfetto ma non riferì di alcuna amicizia significativa né di relazioni sessuali appropriate, anche se in seguito appresi che le sue difficoltà relazionali erano il motivo principale che la avevano spinta a rivolgersi a me. Eppure, nel primo colloquio erano scarse le indicazioni che suggerivano un disturbo grave e profondamente radicato. Sembrava una ragazza piacevole, energica e attraente. Mi colpì la sua ambizione, che resentava la grandiosità, a voler conquistare una posizione di rilievo nel mondo aziendale, ma ebbi la sensazione che fosse comprensibile, considerati i ragguardevoli risultati raggiunti in passato e la giovane età.
Era la maggiore di quattro sorelle, tutte di età ravvicinata. Il padre operava nel settore immobiliare e si era fatto da sé, la madre - ambizioso avvocato - si era dedicata alla propria carriera pubblica durante gran parte della prima infanzia della paziente, lasciandola alle cure di una bambinaia e di una domestica. Malgrado i successi scolastici e nel nuoto agonistico, la signorina A aveva avuto difficoltà a farsi degli amici anche da piccola e i suoi genitori le avevano proposto un colloquio con lo psicologo scolastico che la bimba respinse. All'università intrecciò una serie di relazioni, di natura sessuale o sociale, che fallirono in modo spettacolare, e il suo senso di iso