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Prima di discutere questo denso resoconto clinico, vorrei dire qualcosa sulla posizione del commentatore «esterno». Qualunque sia la prospettiva che questi offre, non potrà mai tenere conto dell'intero contesto delle parole e delle altre azioni dell'analista. Tale contesto include l'analista nella sua interezza come persona e la sua sensazione riguardo alla relazione con il paziente nella sua interezza in ogni momento. Tale «interezza» è sempre maggiore di ciò che l'analista sia in grado di tradurre in parole ma agli altri risulta assai inferiore.
Per questo motivo qualsiasi commento esterno deve qualificarsi in termini di pertinenza, e il terapeuta deve sempre considerarlo e adattarlo alla propria modalità espressivo-creativa individuale in ogni istante clinico nuovo e, per ciò stesso, unico.
I miei commenti si incentrano, per ampi tratti, sull'esempio dell'opportunità, che intravedo nel caso presentato, di impegnare la paziente in modo tale da incoraggiare la differenziazione tra le vecchie tendenze costrittive e le potenzialità più aperte ed espansive del presente e, nella fattispecie, le potenzialità dell'esperienza attuale con l'analista. Il processo, così come viene riferito, sembra riverberare un movimento progressivo verso una maggiore apertura affettiva, e spesso l'analista funge da catalizzatore che promuove questo sviluppo, accompagnato da nuovi insight sulle resistenze che la paziente sembra mettere in campo. Vi sono nondimeno una serie di punti in cui, a mio vedere, un certo atteggiamento relativo allo standard analitico interferisce con la capacità dell'analista di riconoscere: 1) la tensione tra vecchi schemi e nuove possibilità;