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Se chiedessimo semplicemente: «La psicoanalisi clinica è intersoggettiva?», credo che avremmo serie difficoltà a trovare uno psicoanalista che ci risponda con un «No» definitivo. La maggior parte dei colleghi riconosce, in linea di principio, che l'intersoggettivismo è una dimensione presente negli eventi psicoanalitici. Sorgono, nondimeno, controversie cruciali quando si inizia a specificare come trasporre nella pratica clinica tale ammissione. Qual è l'impatto, sempre che ve ne sia, sulle nostre teorie psicoanalitiche? E come incide, ammettendo tale istanza, sul nostro operare nel lavoro con i pazienti?
La soggettività di un individuo si riferisce al modo in cui i diversi assunti personali e idiosincratici, le preoccupazioni e le motivazioni - comprese quelle derivanti dalla appartenenza a culture e sottoculture specifiche - influiscono sulla attività mentale di quell'individuo. Gli psicoanalisti hanno sempre preso in considerazione il fatto che la soggettività di un paziente si esprime continuamente all'interno della situazione clinica, soprattutto con modalità che il paziente ignora. D'altra parte, soltanto di recente abbiamo iniziato a contemplare che questo vale anche per l'analista nella situazione clinica.
Se da molto tempo gli psicoanalisti hanno riconosciuto la rilevanza del controtransfert, il concetto stesso e il modo in cui solitamente è impiegato riflettono una comprensione distorta della partecipazione della soggettività dell'analista agli accadimenti clinici.
I capisaldi condivisi della tecnica nella clinica psicoanalitica guidano l'analista a individuare la propria soggettività e, nei limiti del possibile, a minimizzarne l'influenza sul proprio funzionamento. I resoconti clinici includono regolarmente descrizioni di esempi eclatanti che testimoniano l'influsso del controtransfert sull'esperienza e sull'attività dell'analista. Si presuppone che, al di fuori dei casi osservati, il controtransfert sia relativamente inifluente sul vissuto e l'attività dell