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Owen Renik, come di consueto, presenta una declinazione ammirevolmente succinta e vigorosa del suo punto di vista sull'intersoggettivismo in psicoanalisi, e sono lieta che mi sia stato chiesto di esprimere qualche commento in merito.
L'approccio di Renik mi pare poggi su due filoni di pensiero. Nel primo si afferma che la verità è ciò che il pensatore pensa che sia, o, in termini meno tendenziosi, che sebbene la verità possa esistere indipendentemente dal pensatore, essa è conoscibile esclusivamente mediante l'esperienza soggettiva del pensatore. Il secondo filone è una versione di ciò che si potrebbe denominare pragmatismo americano di buon senso: detto grossolanamente, la verità è ciò che funziona.
Gli assunti taciti cui personalmente aderisco sono diversi da quelli di Renik, il che mi induce alla cautela nel commentare il suo contributo. Questo spiega anche il motivo per cui talora ho difficoltà a seguire il suo pensiero. A titolo di esempio, ogniqual-volta leggo le presentazioni di Renik, sperimento ripetutamente un senso di disorientamento. Leggo una frase e penso di convenire con quanto vi si afferma, ritenendo che anche altri psicoanalisti sarebbero d'accordo. Ad essa fa seguito un secondo enunciato, che Renik evidentemente considera logicamente collegato al primo, ma che non mi trova affatto d'accordo. Constato allora di non sapere come è avvenuto il passaggio. O la mia comprensione è fallace o la logica della sequenza è viziata. Indipendentemente dal motivo, mi ritrovo bloccata e mi risulta difficile proseguire finché non ho esaminato meglio il problema.
Per esempio, a qualche capoverso dall'inizio del suo contributo Renik afferma: «L'insight è una co-creazione, tanto quanto è una scoperta, dell'analista e del paziente. Distinguere la co-creazione dalla scoperta nella psicoanalisi significa tracciare una distinzione capziosa». Concordo, salvo la leggera mancanza di familiarità del termine «co-creazione» nel primo enunciato. Tuttavia non capisco come il secondo