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L'analista racconta due sedute tratte dalle fasi iniziali di un'analisi con Amanda, una donna di 32 anni. L'inizio dell'analisi è segnato da una continua discussione sulla collocazione dei fazzolettini nella stanza di analisi. Esaminare il problema dalla prospettiva analitica classica non porta da nessuna parte e l'analisi sembra non avviarsi veramente. Amanda trova umiliante la situazione, non vuole portarsi dei fazzolettini propri, chiedendosi in che cosa consisterebbe l'analisi. La scena è dominata dall'urgenza di un desiderio: è la convinzione di Amanda, espressa con persistenza, che l'analista dovrebbe occuparsi dei sui pazienti e disporre i fazzoletti laddove ve ne è bisogno. Sembra configurarsi uno stallo, ma la situazione viene risolta grazie a due cambiamenti. Amanda smette di lamentarsi e si interroga ad alta voce se possa ancora domandare all'analista di sistemare i fazzolettini a fianco del lettino. Questa metaposizione riflessiva rispetto ai propri desideri sembra avere concesso anche all'analista uno spazio di manovra leggermente più ampio. Poi l'analista rievoca mentalmente un terzo, Joseph Sandler, e il modo in cui questi ha affrontato la questione dei fazzoletti in seduta. A quel punto l'analista è in grado di acconsentire al desiderio della paziente. Tuttavia la soluzione, che costituisce una nuova esperienza per Amanda con il suo analista, non viene ulteriormente analizzata. Ritengo che Amanda non sia in grado di fare un uso produttivo dell'analisi finché soggettivamente vive l'analista come un individuo negligente ed è incapace di tracciare una distinzione tra la persona reale e il transfert. Anche l'analista in questa fase sembra seguire rigorosamente le regole analb tiche quando esplora il materiale clinico, una scelta che lo fa apparire distante agli occhi di Amanda che lo percepisce, ancora una volta, incurante.
Amanda si presenta narcisisticamente fragile, connotata da uno spiccato senso di inadeguatezza personale. Ogni commento su di se semb