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È stato difficile riconoscere in che cosa consista un buon lavoro psicoanalitico e altrettanto difficile stabilire quando esso venga messo in pratica e quando no. Ciò rende difficile ogni forma di valutazione disciplinata dei risultati della formazione, che ha una serie di esiti problematici per la pratica della psicoanalisi, per le istituzioni psicoanalitiche e per i rapporti con le discipline e le professioni affini. Lo scopo di questo articolo è considerare fino a che punto sarebbe possibile ideare un quadro di valutazione dei programmi di formazione all'interno di un pluralismo psicoanalitico disciplinato. L'aspirazione è lo sviluppo di un quadro trasparente, fondato su una dimostrazione empiricamente suffragata delle capacità psicoanalitiche. Questo quadro dovrebbe essere significativo, raffinato e difendibile. È necessario prendere atto del duplice fatto che esiste più di un modo di praticare la psicoanalisi e che bisogna evitare il principio che «va bene qualsiasi cosa» (anything goes). Attingendo a un progetto in corso d'attuazione negli istituti IPA europei, l'autore descrive alcuni problemi che i colleghi, in mancanza di criteri trasparenti di valutazione, hanno dovuto affrontare in questi istituti. Nelle parti successive è delineato in forma preliminare il metodo proposto per rendere la valutazione più trasparente e sostenibile. L'articolo vuole suscitare speranze, ricerca e dibattito.