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Le mie due allocuzioni ai Congressi dell'International Psychoanalytical Association (IPA) di Montreal nel 1987 e di Roma nel 1989 (Wallerstein, 1988, 1990), si incentravano sulla questione del nostro pluralismo teorico imperante, che rappresenta un'importante e controversa materia di interesse psicoanalitico e nella quale, dinanzi a tanta diversità, potremmo tentare di rintracciare il terreno comune che ci definisca tutti in quanto aderenti ad una disciplina psicoanalitica condivisa.
La mia argomentazione si fondava essenzialmente sul fatto che Freud si adoperò con fervore, nel corso di tutta la sua vita professionale, a mantenere la psicoanalisi, che egli aveva creato pressoché da solo, come dispositivo teorico strutturalmente unitario e unificato, sia come professione sia come «movimento». E quelli che giunsero ad avere una prospettiva teorica diversa, quali Stekel, Adler, Jung, Rank, e quasi quasi anche Ferenczi, furono espulsi dalle fila della psicoanalisi, in conformità a quanto stabilito dai soci dell'International Psychoanalytical Association, istituita già nel 1910 durante il secondo Congresso Internazionale a Norimberga.
Eppure, già durante la vita di Freud la sua visione unitaria non raccolse un appoggio unanime, sin dagli anni venti a partire dallo sviluppo dell'alternativa metapsicologia kleiniana che si mantenne gagliardamente all'interno della cornice della psicoanalisi organizzata (I'IPA), rivendicando il suo ruolo di migliore e più autentico erede del lascito freudiano — con la sua risoluta adesione alla teorizzazione freudiana dell'istinto di morte, che gli stessi seguaci di Freud a Vienna avevano ritenuto talmente problematica da sminuirne la portata, in molti casì, o da respingerla del tutto — rispetto ai seguaci più vicini a Freud stesso che avevano recepito il suo paradigma in fieri della psicologia delllo. Poi, naturalmente la diversa metapsicologia di Bion, quella di Lacan e la scuola inglese delle relazioni d'oggetto come pure, in una fase succ