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Quando, durante la sua presidenza dell'International Psychoanalytical Association, Robert S. Wallerstein sostenne in due occasioni (1988, 1990) l'esistenza di un terreno comune in psicoanalisi, al di là dei molti segni di divergenza di tale portata da diventare motivo di sollecitudine e preoccupazione per il futuro della psicoanalisi, era sua intenzione generare un barlume di speranza. Non penso che queste circostanze siano casuali e non riesco a scorgere altri, se non il presidente dell'IPA, capaci di avere una simile idea e di lasciarsi animare dagli stessi intenti. Adesso penso che sia stato — e seguita ad essere — un atto politico. Non uso il termine in alcuna accezione peggiorativa. Mi pare che sia prerogativa di un presidente promuovere l'unità tra i membri di un'associazione che trascende i confini geografici e ideologici. Proprio alla stregua di un buon padre di famiglia che si sforza di attenuare le differenze di opinione tra i figli, quando ognuno di loro ha fatto proprie posizioni politiche diverse, spesso contraddittorie o addirittura incompatibili, Robert S. Wallerstein ha messo in atto la sua manovra, mosso dalle migliori intenzioni, per infonderci il coraggio di affrontare i tempi difficili che ci attendevano e già si profilavano all'orizzonte della psicoanalisi.
Nel suo ultimo contributo egli riferisce, con il suo consueto candore, la storia dei movimenti che hanno via via predominato nelle varie parti del mondo psicoanalitico, sia durante la vita di Freud sia dopo la sua morte. Proporrò una serie di considerazioni in proposito. Gli scismi e le sospensioni che avvennero all'epoca di Freud erano di natura diversa. Lo stesso Freud si sentiva in grado di giudicare se qualche cosa fosse psicoanaliticamente accettabile o meno. Il monopolio di Freud è finito. Inoltre talune critiche si erano appianate, quali quelle concernenti la sospensione di Reich, quando fu chiaro che era stato un eminente psicoanalista ma gli avvenimenti successivi avevano rivelato la