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Fornendoci i particolari tratti dall'analisi di una sua paziente nell'arco di diversi anni — il terzo percorso terapeutico che la donna ha intrapreso — il dottor Quinodoz ci propone un ricco vaglio di frammenti clinici. Inoltre la paziente parla della capacità di recuperare il suo «passato rubato» e, nell'ultima seduta presentata, dimostra la capacità in via di sviluppo di elaborare il lutto di oggetti precedentemente trattenuti, «il fatto è che non sono più una bambina e lei [sua madre] non c'è più… Però ho notato che dopo averla chiamata, non ero più angosciata…». Perciò, in questo contesto è possibile esprimere formulazioni o riflessioni nell'ambito di un'analisi trasformativa. Io ne proporrò alcune, con un avvertimento rispetto all'inevitabile ingiustizia che si opera nei confronti di un resoconto di un processo che si affida fondamentalmente alla capacità dello psicoanalista di «cogliere così l'inconscio del paziente con il suo stesso inconscio» (Freud, 1923, p. 443), ma che non può che essere veicolato attraverso l'insoddisfacente mezzo della parola scritta.
Il dottor Quinodoz ha scelto un nome evocativo per questa paziente, Dolores — ovviamente evocativo nel suo nesso con il dolore, ma altrettanto evocativo a livello psicoanalitico nella deliberata affinità del nome con quello di Dora, la cui storia di «depressione, irritabilità e idee suicide» (Freud, 1905, p. 320) eguaglia la rappresentazione di questa paziente. La prima descrizione della paziente è sconcertante ed enigmatica: la donna è «triste e rassegnata» eppure «turbata e sgradevole». Si tratta della rappresentazione contraddittoria dell'isterica che dà in escandescenze, «sbatte la porta», si abbandona a incessanti «voltafaccia», «veementi scatti d'ira» e urla contro l'analista. La sua somiglianza con Dora è inusitata: sogna borsette/borse a rete, si sente «a metà strada», è incapace di mantenere una relazione duratura, sa e insieme non sa, conduce la sua esistenza in uno stato perpetuo di «profondo ran