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Questo lavoro riguarda un'esperienza di analisi di nove anni in cui il paziente presentava come tratto predominante un'apparente incapacità di provare ed esprimere sentimenti. Fin dall'inizio dell'analisi l'Autore si confronta con la questione della sostenibilità del lavoro analitico, ricorrendo a interpretazioni transferali in assenza di vincoli affettivi da parte del paziente. Questi non ha mai saltato una seduta, di solito era molto puntuale e presentava materiale ricco di contenuti. Tuttavia ogni racconto sulla sua vita, ogni cosa detta, udita od osservata appariva priva di significato emotivo per il paziente e, di conseguenza, priva di senso per l'analista. Se inizialmente la questione fu quella di stabilire come comunicare con il paziente, in seguito si trattò di scoprire come consentirgli di comunicare con se stesso. Il percorso da seguire fu infine indicato dal paziente stesso, confermando in tal modo l'osservazione di Bion secondo la quale il paziente è il miglior collega dell'analista. Questo articolo tenta di teorizzare tale esperienza clinica, a partire da concetti sviluppati da Bion, Ferro e Winnicott.