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Mai ho avuto un colloquio iniziale con un paziente che mi abbia lasciato un'impressione tanto profonda quanto quello con F. All'ora dell'appuntamento, su cui ci eravamo accordati telefonicamente, si presentò una giovane donna con un pesante zaino ingombrante, uno di quelli all'antica che si usavano prima della guerra. Lo reggeva come un vero e proprio fardello, cingendolo con le braccia come se fosse la cosa più preziosa in suo possesso. Non era vestita di stracci, ma il suo abbigliamento asessuato dava l'impressione che fosse un'emarginata, tanto che mi chiesi (se pur un solo istante) se non fosse una tossicodipendente, che avrebbe giovato assai più di un ricovero in ospedale che di una cura analitica. Si sedette davanti a me e rimase in silenzio. Non potrei affermare che il suo silenzio mi sorprese, perché era il riflesso della sua disperazione. Il suo aspetto generale e la natura di immobilità dell'espressione che aveva stampata sul volto suscitavano l'immagine di uno svelamento patetico, grazie al quale non ebbi alcuna esitazione o difficoltà a comprendere il messaggio enigmatico che la ragazza esprimeva. Poi delle lacrime cominciarono a rigare il suo viso inespressivo, cadaverico nella sua magrezza. Stava approssimandosi il termine del colloquio e tutto ciò che avevamo condiviso era questa presenza silenziosa. Le proposi di incontrarci nuovamente, domandandole se desiderava prendere subito un altro appuntamento. Annuì. Concordammo allora di rivederci la settimana successiva, lo stesso giorno alla stessa ora. Puntualizzo questo particolare perché mi interrogo se, dentro di me e senza riuscire ad esserne pienamente consapevole, non avessi già deciso, sul piano contro-transferale, di imbarcarmi in un'analisi con lei.
Nella seduta seguente iniziò a parlare quasi immediatamente. Mi raccontò della sua grave anoressia, che aveva messo in pericolo la sua vita e aveva reso necessario un ricovero in un'istituzione psichiatrica, e dei ricorrenti tentativi di suicidio. Acce