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Mi sono sentita privilegiata alla richiesta di commentare l'affascinante presentazione di Jean-Claude Rolland del suo lavoro con una paziente gravemente ammalata. In questo scritto egli ci propone una spaccato della sua posizione teorica e del suo stile interpretativo, offrendoci la gradita opportunità di tentare di comprendere non soltanto l'impianto concettuale cui egli si rifà ma anche le modalità di lavoro dei nostri colleghi francesi che adottano uno stile analitico talvolta apparentemente tanto diverso dal nostro.
È chiaro che lo stile interpretativo del dottor Rolland, sia nel contenuto che nei tempi, è assai diverso dal mio e, immagino, da quello della maggior parte dei miei colleghi inglesi. Il silenzio durante le sedute è piuttosto sorprendente e, quando egli propone un'interpretazione, la costruisce istituendo un nesso tra alcuni elementi del materiale della seduta ma fornendone ben poca spiegazione alla paziente. Nondimeno, credo che il materiale che emerge e il suo declinarsi in seduta ci risulti familiare. È molto interessante rilevare come una modalità interpretativa così diversa possa evocare del materiale a noi tanto familiare. L'accento posto dal collega sul preservare il setting e sull'astenersi dall'interrompere il flusso delle libere associazioni affonda le radici nella sua convinzione in ciò che fa in quanto analista. A suo modo di vedere, se si riesce a promuovere l'affiorare alla coscienza dei pensieri e desideri rimossi, ciò costringerà il paziente a procedere ad una riorganizzazione interna dell'apparato psichico, posizione che recepisce profondamente il pensiero freudiano sviluppatosi prima del 1923. Ovviamente la comprensione teorica che egli tratteggia della paziente conferma le sue interpretazioni — il che vale per tutti noi — ma poiché egli le esplicita così poco, nell'assistere al declinarsi delle sedute talvolta vi ravviso degli aspetti del materiale che mi parrebbero fondamentali ma che il dottor Rolland sceglie di non interpretare.