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È ormai riconosciuto che gli enactment sono inevitabili e, seppur talvolta istruttivi, sono nocivi per il paziente e per il processo analitico (Sandler 1976, 1977; Joseph 1981, 2003). Sostenendo la tesi dell'utilità dell'enactment, Sandler (1976) suggerisce addirittura che l'analista dovrebbe coltivare una capacità di responsività fluttuante, una sorta di equivalente dell'attenzione fluttuante freudiana, che consentirebbe alle sue reazioni, ai suoi pensieri e ai suoi sentimenti di concorrere alla comprensione del paziente. Egli descrive come si possa attivare una relazione infantile di gioco di ruolo che diventa oggetto di osservazione nel momento in cui viene attualizzata nella relazione con l'analista (Sandler, 1976). Parimenti, Joseph (1981, 1989) presenta numerosi lavori a sostegno dell'idea secondo cui l'analista è inevitabilmente spinto ad assumere un ruolo nella fantasia del paziente, e che una sua osservazione può gettare luce sul sistema difensivo del paziente e sullo stile di relazioni oggettuali che solitamente adotta.
È difficile riconciliare l'idea che gli enactment possano fornire informazioni utili sul paziente e sulle sue relazioni e il riconoscimento che, nel processo, si rischia di violare i confini e di nuocere, in misura maggiore o minore, al paziente e al lavoro analitico. Per definizione, gli enactment varcano il confine tra pensiero e azione e, se non vengono riconosciuti e regolati, possono entrare in quella zona grigia tra la normale tecnica, l'errore tecnico e la violazione non etica dei confini (Gabbard e Lester, 1995). A mio parere occorre tollerarli, in quanto parte della normale fallibilità dell'analista, a patto che vengano tenuti sotto controllo per verificare la comprensione di noi stessi e il nostro contatto con la realtà.
La mia tesi è che, se gli enactment non sono evitabili, spesso è possibile riconoscerli e ridurne gli effetti nocivi. La loro utilità ai fini di comprendere il paziente dipende anche, evidente