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Sono molto riconoscente al Dottor Gabbard di avermi dato questa occasione per rispondere all'articolo tanto interessante quanto provocatorio del dottor Steiner sub-l’enactment. Mi colloco in una prospettiva interpersonale, profondamente influenzata da Sullivan, Fromm e Ferenczi, che, sostanzialmente sin dalla sua fondazione, si interessa di tale questione1. Esiste una vecchia battuta psicoanalitica che recita: «Che cosa è un acting out?» Risposta: «Tutto quello che rende nervoso l'analista», che la dice lunga su quanto possano essere elusive e soggettive queste categorie.
Devo quindi partire esprimendo la mia perplessità. Steiner sembra fondere insieme l’acting out, la violazione dei confini, il controtransfert e l’enactment quando afferma: «È difficile riconciliare l'idea che gli enactment possono fornire informazioni utili sul paziente e le sue relazioni e il riconoscimento che, nel processo, si rischia di violare i confini e di nuocere, in misura maggiore o minore, al paziente e al lavoro analitico». E prosegue: « Per definizione gli enactment varcano il confine tra pensiero e azione e, a meno che non siano riconosciuti e regolati, possono entrare in quella zona grigia