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La reazione del dottor Levenson al mio scritto sall’enactment mi offre lo spunto per chiarire il mio punto di vista, rettificare qualche malinteso e prendere nota delle aree di accordo e di disaccordo tra noi. Partirò dalla premessa che il metodo psicoanalitico, insieme all'atteggiamento analitico che lo rende possibile, rappresenta un'occasione unica di impegnarsi con un altro individuo al fine di esaminare il modo in cui funziona la sua psiche e di offrire una situazione in cui le capacità psichiche del paziente possano crescere e svilupparsi. Questa occasione comporta la responsabilità di facilitare quella specifica qualità di attenzione propria della psicoanalisi, cioè un'attenzione la cui priorità è incarnata nell'attività di comprensione. Ben inteso, questo atteggiamento deve essere coerente con il nostro dovere verso il paziente, e il fatto di assegnare un posto privilegiato all'attività di comprensione si giustifica esclusivamente perché riteniamo che è proprio tale capacità ad avere un valore terapeutico per il paziente.
Lo sviluppo del metodo psicoanalitico, e in particolare la scoperta del transfert e della resistenza, ci hanno aiutato a riconoscere la necessità che l'analista si lasci coinvolgere, a livello umano, con il paziente. Le sue emozioni devono essere a disposizione ed egli deve essere pronto a rilevare e a confrontarsi con delle verità scomode rispetto al paziente, ma anche rispetto a se stesso. Nel contempo, ritengo che l'analista debba mantenere il controllo sui propri sentimenti, deve lasciarsi coinvolgere ma, nello stesso tempo, restare separato dal paziente; deve impegnarsi totalmente nella relazione ma anche osservarla e valutarla.
Quanto poi si è scoperto rispetto alla proiezione, l'introiezione e l'identificazione ha ulteriormente accresciuto la comprensione del transfert, consentendoci di considerare la relazione paziente-analista come autenticamente interpersonale. L'interesse e la conoscenza rispetto alla mente del paziente, del suo mo