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I was much too far out all my life
And not waving but drowning.
Ho lavorato con Stevie durante tutta la mia vita analitica. Iniziammo quando aveva 35 anni, qualche giorno dopo che le era stata diagnosticata una leucemia. Partimmo con una seduta la settimana, ma in breve lei smise di mangiare e aumentammo la frequenza delle sedute. Voleva restare indifferente: «Dovrebbe essere come portare l'auto dal meccanico: gliela lascio e torno a ritirarla una volta fatto il lavoro». Pallida ed eterea, viveva tenendo sotto controllo una serie di numeri: il suo peso, le calorie assunte, i chilometri percorsi, i dollari. Procedevamo a forza di ultimatum: se non mangia, la faccio ricoverare; se non viene più spesso, dobbiamo smettere perché siamo arrivati fin dove era possibile. Sebbene inizialmente la sua prognosi non fosse così positiva, la leucemia entrò in una fase di remissione e si stabilizzò. Dopo 9 anni di terapia, iniziammo a lavorare a quattro sedute settimanali e passammo al lettino. Dopo 6 anni di analisi (cioè 3 anni fa) iniziammo a lavorare a cinque incontri la settimana e qualcosa mutò. Il cambiamento avvenne a seguito della morte di sua madre, che coincise anche con il pensionamento della paziente da un'azienda che si occupava di macchinari medici, dove si era dimostrata una brava dirigente e aveva guadagnato bene.
Stevie è la maggiore di due figlie, 4 anni la separano dalla sorella. La sola storia che ricorda della sua prima infanzia è il pianto inconsolabile di un'ora ogni pomeriggio con la madre che, su consiglio del pediatra, la lasciava piangere. Battezzata con un nome scelto prima della sua nascita, Stevie aveva la sensazione che avrebbe dovuto nascere maschio. La sorella minore soffriva di un grave asma, era stata ricoverata all'età di 2 anni ed era «quasi morta» diverse volte. La madre era depressa, distaccata e chiedeva alla figlia maggiore di comportarsi da adulta e non avere nessun bisogno. Stevie divenne una campionessa nel non volere nulla. Qu