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Molti pazienti sono incapaci di accedere al sogno della veglia nel setting analitico, che si tratti nella forma di associazioni libere o altro. L'autore ha constatato che il «parlare-come-sognare» può servire come una forma di sogno della veglia, in cui questo tipo di paziente può cominciare a sognare esperienze precedentemente non sognabili. Una comunicazione simile è una forma poco strutturata di conversazione tra paziente e analista spesso connotata dal pensiero del processo primario e da apparenti non sequitur. Questo «parlare come sognare» potrebbe sembrare non analitico per l'apparente futilità dei suoi contenuti che spaziano dai libri ai film, dall'etimologia al baseball, dal sapore della cioccolata alla struttura della luce. L'autore fornisce due esempi dettagliati di lavoro clinico con pazienti la cui capacità di sognare nella situazione analitica era molto scarsa. Nel primo esempio, il «parlare come sognare» è servito da forma di pensiero e modalità di relazione grazie alla quale la paziente, per la prima volta, è stata in grado di pensare la sua esperienza - e, in un certo senso, quella del padre, vissuto prima non pensabile e non sognabile. Il secondo esempio clinico riguarda l'uso di questa modalità come esperienza emotiva, in cui un paziente precedentemente «invisibile» ha cominciato a sognare la propria esistenza. Compito dell'analista è quello di lasciarsi coinvolgere dal «parlare come sognare» del paziente, senza però mai perdere di vista la fondamentale differenza di ruolo fra analista e paziente; deve tenere ben presenti gli obiettivi terapeutici dell'analisi e deve inoltre consentire al paziente la possibilità di sognare la propria esistenza (in contrapposizione all'essere sognato dall'analista).