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L'autore inizia col definire l'attuale situazione nel campo della psicoanalisi in quanto caratterizzata da una crescente eterogeneità teorica e pratica. Scopo di questo lavoro è di approfondire l'impatto della pluralità teorica sulla clinica. Dopo aver considerato che, nella seduta terapeutica, il lavoro psichico di un analista va molto al dì là della semplice “attenzione liberamente fluttuante”, l'autore offre una rassegna di contributi passati e recenti per definire i processi mentali dell'analista nel processo terapeutico con il paziente. Suggerisce che questo tema sia stato affrontato principalmente partendo da prospettive individuali. Sulla base di questa considerazione e avvalendosi del materiale clinico più rilevante, egli tenta di dimostrare come, sullo sfondo dell'“uso implicito di teorie esplicite”, si declini nella psiche dell'analista un costante processo decisionale, co-determinato dalle azioni e reazioni del paziente. Muovendo dall'analisi di una seduta, l'autore introduce i concetti di ragione teorica e ragione pratica e sostiene che, a prescindere dalle teorie che l'analista ha implicitamente o esplicitamente in mente, queste finiscono per cedere il passo alle ragioni pratiche. Articolando ulteriormente questa linea di pensiero, definisce la validazione nel contesto clinico come un processo individuale, continuo e di ampia portata, di co-costruzione sociale e linguistica della realtà intersoggettiva fra paziente e analista. Questo processo comprende aspetti reciproci di osservazione e di validazione comunicativa e pragmatica. In conclusione propone l'immagine dell'artigiano reputandola appropriata per descrivere come l'analista concepisca il suo lavoro.