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Lavorando sulla base del racconto di frammenti provenienti da cinque anni di analisi, sono stata invitata a costruire il mio commento rimanendo quanto più possibile seduta nella mia poltrona analitica e sforzandomi di veicolare la mia esperienza personale, evocata dal materiale scritto. La narrazione di Susann Heenen-Wolff è riuscita a dipingere l'intensità e l'intimità del singolare incontro della coppia analitica, che ha formato con il suo paziente, così come è stata vissuta, sognata, rintracciata e ricordata nella mente e nel corpo dell'analista. Tuttavia ho trovato la mia missione molto complessa, sia sul piano scientifico che su quello etico. “Eize hutzpah!!” (“Che insolenza!”) è l'espressione che, a mio avviso, meglio esprime il mio attuale sforzo conflittuale di tentare di dare forma alle mie associazioni rispetto alla storia dell'analisi del signor B. con Susann.
Desidero scusarmi di una simile hutzpah e mi preme ringraziarla dell'opportunità che mi ha offerto di “stare al suo gioco”, sperando che il mio giocare possa essere utile e arricchente per il nostro rispettivo lavoro.
Il signor B. arriva in analisi lamentandosi di un'assenza di vitalità. Fin dall'adolescenza sente che “parti di [lui] sono morte”. Riferisce che “non sogna quasi” e ritengo che probabilmente desidererebbe poterlo fare. Non ha ricordi dell'infanzia. Credo che sappia che un tempo aveva dei ricordi e mi sta dicendo che non sono davvero irraggiungibili. È riuscito a sposarsi, ha un figlio piccolo e se ne occupa, oltre a occuparsi delle faccende domestiche. Prosegue raccontando di aver appreso dalla madre che era un bambino molto vivace. Si identifica palesemente con la madre, credo e, al momento, ha con la madre una relazione abbastanza stretta, forse rinsaldatasi ultimamente dalla presenza del figlio piccolo. Poi, in maniera molto trasparente “mi” confessa - confessa cioè all'analista alla quale sceglie di rivolgersi - di vergognarsi dei suoi desideri maschili, considerandoli un'offesa per