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In una relazione presentata lo scorso luglio al Congresso IPA tenutosi a Berlino, Gail Reed propose che intervenisse - e che fosse promosso - un lavoro di traduzione tra teorie, modelli e idiomi psicoanalitici. Lo ritengo giusto per più motivi. A patto che concordiamo sul considerare i numerosi livelli sui quali avviene la traduzione e le molte accezioni intrinseche a questa nozione, la traduzione può essere effettivamente intesa come uno dei compiti centrali da realizzare nel nostro lavoro professionale.
L'argomento è troppo complesso per poter essere affrontato in maniera soddisfacente in questa breve coda. Desidero sottolineare però come i tre bei lavori presentati sostanzino l'opinione che un genuino scambio psicoanalitico possa trascendere le barriere geografiche, linguistiche, culturali e teoriche per concentrarsi sulle questioni centrali del lavoro analitico stesso. Certamente era necessario un lavoro di traduzione per dare simili risultati. Ovviamente sono stati necessari alcuni ingredienti perché ciò avvenisse, primo tra tutti, a mio avviso, una profonda accuratezza/totale fedeltà nella presentazione del materiale clinico. Non soltanto precisione nel riferire quanto detto o fatto, ma una fedeltà rispetto all'esperienza nel suo complesso, alla sua atmosfera, al suo sapore. La dottoressa Yardino è encomiabile per aver recepito meravigliosamente tale condizione e avere offerto delle scene cliniche che i due commentatori (e, credo, gran parte dei nostri lettori) sono riusciti a riconoscere nella loro genuinità, ricchezza e stimolo di riflessione. Molti tratti distintivi espliciti e impliciti del resoconto di Stella Yardino veicolano l'“atmosfera” che ha respirato nel tipo di esperienza clinica che, malgrado le inevitabili variabili intervenute, ogni analista riconosce e dalla quale può apprendere. La sua traduzione dell'esperienza clinica in forma di resoconto clinico è talmente convincente che già mi figuro un ricercatore del processo analitico in procinto di a