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Guardai il mio nuovo paziente, il Sig. F. Era un uomo di altezza media, dai capelli scuri e gli occhi di un azzurro stupefacente. “Mio fratello si è ammazzato”, mi disse seduto davanti a me nel mio studio un freddo e cupo pomeriggio di ottobre. La parole rimasero sospese tra noi, appesantite da ciò che non era ancora stato sentito o detto dal paziente. “Con la mia pistola. Quella che mi aveva chiesto di mostrargli come si caricava e come si sparava, qualche giorno prima che si suicidasse. Nella doccia della casa che condividevamo qui in città”. Mi venne la pelle d'oca e mi chiesi se il termostato in studio fosse regolato troppo basso. Pensai: ‘Cazzo! Devo proprio affrontare questo?’ E poi, più sobriamente: ‘Come potrò mai aiutare quest'uomo?’ Dissi: “Mi spiace. Che perdita per lei e la sua famiglia”. Il Signor F. distolse lo sguardo, come se le mie scarne parole fossero state un raggio di sole violento negli occhi. Fui colpita dalla sua incapacità di accogliere utilmente le mie parole, data la sua difficoltà di esprimere i sentimenti sul terribile e tragico suicidio del fratello. “L'ho trovato io”, proseguì, “in una pozza di sangue. Dovetti chiamare la polizia perché non riuscivo ad aprire la porta del bagno ed ero spaventato. Ed era lì, scomposto sul pavimento. Il cervello spiaccicato tutt'intorno”. Avvertii l'urgenza di esclamare: “Spaventoso!”, ma aspettai. Si mosse a disagio sulla sedia, “Fu alquanto3 spaventoso”, commentò.