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È stata soprattutto la curiosità che mi ha spinta ad accettare il cordiale invito di Dominique Scarfone a discutere la presentazione clinica di una collega nordamericana. La curiosità crebbe quando presi in considerazione il nome dell'analista e le sue origini pakistane e il fatto che trattava un paziente ebreo. Come latinoamericana e uruguayana, mi veniva presentata una complessa rete culturale così caratteristica del mondo attuale dalle distanze ridotte, dai confronti intensificati e dai disastri naturali potenzialmente devastanti.
Rispetto al sottotitolo proposto dall'autrice, “L'uso di differenze etniche e religiose tra analista e paziente” (il corsivo è mio), direi che ci presenta, come pure indicano i riferimenti bibliografici, uno dei temi di interesse di Aisha, forse una di quelle ‘domande fondamentali’ (Piera Aulagnier) che orientano la direzione della ricerca di ogni analista, i suoi temi ricorrenti e le teorie che pensiamo di scegliere ma che, in realtà, ci scelgono. Giacché per ogni analista quelle ‘domande fondamentali’ non sono il risultato di una scelta cosciente, ma sono condizionate dalla storia personale e analitica dell'analista, dai residui, dalle tracce e dai segni inconsci che sono il prodotto di incroci transferali diversificati (con il proprio analista, i supervisori, gli insegnanti e gli autori della nostra e di altre discipline). Gli effetti sono formativi e hanno un impatto sul modo in cui ci accostiamo ai nostri pazienti nonché sui nostri atti mancati e punti ciechi.
Tornerò alle mie impressioni sulle differenze tra paziente e analista che, dal mio punto di vista hanno avuto il maggior impatto sull'arduo lavoro con il signor F, che Aisha condivide generosamente con noi, i suoi colleghi, con spirito di grande onestà.
Dal punto di vista del titolo, direi anche che ogni analisi è sempre una ‘conversazione pericolosa'. Se non ci fosse, non sarebbe un'analisi; mancherebbe infatti di quell'elemento di rischio che è sinonimo di mobilitazione del tr