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Questo lavoro cerca di distinguere una particolare qualità di (non)esistenza psichica, che qui denomino ‘esistenza vuota’, dalla qualità prevalentemente presa in esame nel discorso psicoanalitico sugli stati primitivi della mente, che qui chiamo ‘esistenza annientata’. Pervenire a questa differenziazione fenomenologica potrebbe facilitare l'identificazione e l'elaborazione di stati estremi nella situazione analitica, quando il paziente è dominato dal ‘vuoto esistenziale’. Sostengo che si tratta, per così dire, di una esistenza a una dimensione, in un vuoto infinito senza contorni, privo di qualsiasi oggetto interno di un qualche spessore, privo di qualsiasi sostanziale senso di presenza psichica o somatica e privo di ogni forma di rappresentazione viva di questo stato dell'essere. c'è pertanto assenza di sofferenza e angoscia, come pure di calma e pace. Si potrebbe dire che è uno stato inorganico all'interno dell'organismo; una qualità di mancanza di vitalità all'interno della vita. ‘L'esistenza annientata’ è un'esistenza bidimensionale o tridimensionale in un mondo vuoto, con una rappresentazione piatta e/o parziale del Sé e degli oggetti, che provoca un'acuta sofferenza e angoscia di annichilimento. È una specie di esistenza sull'orlo della non-vita, sull'orlo del vuoto, dove il senso di pericolo catastrofico è causato dall'infinita potenzialità di realizzazione dell'annichilimento. Entrambe queste qualità possono essere incapsulate nei disturbi nevrotici e della personalità e il prevalere dell'una può servire a difendersi dal prevalere dell'altra. A sostegno della discussione teorica vengono proposti alcuni stralci clinici tratti da un'analisi.