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La neuropsicoanalisi, in quanto entità inequivocabilmente ibrida, ci obbliga a osservare criticamente i suoi presupposti sulla conoscenza e sulla soggettività nel momento in cui cerchiamo di capire come le due metà della parola, unite tra loro senza un trattino, si relazionano l'una con l'altra. L'autore guarda alle differenze tra la mente (che si basa sull'esperienza soggettiva) e il cervello (che è un'entità neurobiologica oggettivamente descritta), e suggerisce che gli autori di neuropsicoanalisi tendano a riconoscere, ma poi a trascurare, la natura unica e irriducibile dell'esperienza vissuta e le differenze fondamentali tra la mente psicoanalitica (che richiede un soggetto che faccia esperienza) e il cervello (che è un aggregato neuronale). L'autore offre, con il presente contributo, una base filosofica per sostenere che ci sono potenziali rischi quando le fondamentali differenze che separano la psicoanalisi dalle neuroscienze non vengano adeguatamente riconosciute e siano di conseguenza improvvidamente impiegate come “partner psicoanalitico” per rispondere a domande che ha senso porre soltanto all'interno del linguaggio e dell'architettura concettuale della psicoanalisi.