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La morte e il lutto stanno attraversando un processo di riconfigurazione legato alle possibilità che le persone morte oggi hanno di influenzare postumamente le vicende dei vivi in modi che non sarebbero stati possibili per le generazioni venute prima del digitale. Solo da poco tempo si è iniziato a comprendere appieno l'impatto psicologico e sociologico dei morti ‘online’ e della ‘grief tech’ [tecnologia del lutto]: un impatto peraltro mai investigato dal punto di vista della psicoanalisi fino al presente lavoro, in cui viene preso in esame un tipo specifico di grief tech: il griefbot. Questo particolare sviluppo della tecnologia verrà qui esplorato tramite la lettura psicoanalitica di un episodio della serie Black Mirror. Suggerirò in primo luogo che il modo in cui la psicoanalisi intende il lutto offre una prospettiva preziosa, in quanto può aiutarci a pensare tanto al potenziale quanto ai rischi psicologici ed etici posti dall'uso di questa tecnologia. Passerò poi ad argomentare che rendere i morti immortali per mezzo della permanenza digitale costituisce un'operazione che si oppone al lavoro di affrontare la dolorosa realtà della perdita e il riconoscimento dell'alterità: un lavoro fondamentale per la crescita psichica e per l'integrità delle nostre relazioni con gli altri. Rifacendomi infine alla concettualizzazione derridiana di ‘lutto originario’, suggerirò che il lutto rappresenta un processo interminabile che ci pone continuamente di fronte alla difficoltà di preservare al nostro interno l'alterità dell'oggetto perduto. Gli strumenti che utilizziamo per fare il lutto vanno valutati in primo luogo a partire da questo processo, che è al tempo stesso psicologico e fondamentalmente etico.