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Nella tradizione filosofica si definisce “appercezione” la consapevolezza delle proprie percezioni. Da Leibniz e da Wolff, l'appercezione fu intesa come un'attività grazie alla quale noi percepiamo noi stessi come soggetti percipienti, riuscendo così a distinguerci dalla cosa percepita. Quando percepiamo ci immergiamo nell'ambiente circostante e non relativizziamo le nostre percezioni. Diciamo che un certo oggetto è caldo, o freddo, è pesante, o leggero, senza tenere conto di noi stessi e delle condizioni in cui noi ci trovavamo al momento della percezione. L'appercezione sarebbe quindi ciò che ci consente di distinguere soggetto e oggetto e di osservare la nostra stessa capacità di percepire.
In questo senso, l'appercezione è il principio originario della conoscenza oltre che il fondamento dell'auto osservazione della coscienza. Astraendosi dalla percezione empirica e sviluppando l'osservazione sulla nostra capacità osservativa, l'appercezione diverrebbe sempre più ‘pura’ sino a maturare, come sosterrà Kant, una chiara consapevolezza delle precondizioni che costituiscono gli a priori della conoscenza e della coscienza.
Abbiamo una conoscenza degli oggetti circostanti perché, prima di acquisire dati a posteriori sul mondo, noi disponiamo di un sistema di pensieri che trascende l'oggetto concreto e rende possibile situare ciò che pensiamo (ich denke: io penso) nel contesto delle categorie delle quali ci serviamo per collocare le percezioni nel nostro mondo.
Fra queste, c'è il sistema dei riferimenti spazio-temporali.
Ripensare oggi i concetti di spazio e di tempo risponde a una trasformazione profonda delle condizioni dell'esperienza psichica e del lavoro analitico. Nella contemporaneità, le accelerazioni tecnologiche, la permeabilità dei confini, la simultaneità dei registri dell'esperienza e la compressione del tempo storico incidono direttamente sulle modalità con cui i soggetti vivono la continuità, l'attesa e la distanza, nonché l'esperienza della perdita. Tali tras