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Nella prima parte del lavoro viene discusso il ruolo della realtà esterna nelle esperienze traumatiche, ruolo che il modello psicoanalitico conflittuale-pulsionale tende spesso a marginalizzare. Dopo aver ricordato che già l'approccio di Ferenczi aveva ricollocato il trauma vissuto al centro dell'attenzione del lavoro analitico e dopo aver sottolineato l'importanza del riconoscimento alla vittima del suo ruolo come tale, viene sottolineato il fatto che eventi catastrofici, specialmente se interessano intere collettività, come è stata la Shoah nel secolo scorso, rendono lo stesso modello pulsionale inadatto per un'adeguata comprensione di tutte le implicazioni psichiche ed emotive che interessano i vissuti delle vittime. In altre parole, specialmente dopo la Shoah, si ritiene che il modello psicoanalitico debba rielaborare una propria teoria del trauma allargandone i contorni, in modo da comprendere la possibilità di riconoscere alla verità materiale il peso che oggettivamente può avere.
Nell'articolo, in particolare, viene affrontato il problema del lungo intervallo intercorso tra il ritorno dei sopravvissuti dai campi di sterminio nazisti e l'inizio dei loro racconti sull'esperienza patita. Le interviste ai diretti protagonisti, la pubblicazione di libri con le loro testimonianze dirette e soprattutto i viaggi nei campi in compagnia dei sopravvissuti, per ascoltare dalla loro viva voce quale sia stata la loro esperienza, hanno avuto inizio, infatti, solo a quasi mezzo secolo dalla fine della seconda guerra mondiale. Tante sono le ipotesi che da più parti sono state proposte per spiegare le ragioni di una latenza così lunga, che ha interessato non solo le vittime sopravvissute alla tragedia, ma anche coloro i quali avrebbero dovuto raccogliere le loro testimonianze, offrendo, a livello collettivo, una possibilità di ascolto e di contenimento. Tra le ipotesi più evidenti sono state considerate, quindi, la paura di non essere creduti, il peso di profondi sensi di colpa e, soprattutto, il rifiuto da parte dei potenziali ascoltatori ad entrare in contatto con un dolore inimmaginabile. L'ipotesi che viene proposta nell'articolo prende in considerazione la possibilità che più profondamente sia stata innanzitutto la spinta e la rivitalizzazione libidica, con la creazione di una seconda e poi di una terza generazione, con la nascita di figli e quindi di nipoti, ad aver riattivato nei sopravvissuti la capacità di esternare i propri vissuti attraverso i racconti. La funzione di testimonianza, quindi dopo la lunga latenza, potrebbe aver consentito ai sopravvissuti, così duramente traumatizzati, di avviare un processo di elaborazione del lutto della Shoah. L'ipotesi considerata viene sostenuta anche ricorrendo alle dichiarazioni degli stessi reduci, i quali spesso, dopo aver sottolineato la difficoltà a raccontare, prevalentemente per la paura dell'incredulità, lasciano intendere che oltre al dovere di contrastare il fenomeno del negazionismo che ha pervaso l'Europa soprattutto dagli anni ottanta-novanta, una spinta necessaria sarebbe derivata loro proprio dalla nascita delle generazioni successive.
Nell'articolo vengono esplorati i possibili motivi alla base della lunga latenza intercorsa tra il ritorno dei sopravvissuti dai campi di sterminio nazisti e l'inizio dei loro racconti sulla drammatica esperienza della deportazione. La narrazione dell'esperienza patita, che ha probabilmente coinciso con l'elaborazione vera e propria dei lutti subiti, ha avuto inizio, infatti, solo dopo quasi mezzo secolo da quando il trauma è stato vissuto. Una latenza così lunga è stata molto probabilmente necessaria sia perché il contesto esterno che avrebbe dovuto accogliere e comprendere si è trovato impreparato al difficile compito, sia perché gli stessi sopravvissuti hanno avuto bisogno che le proprie capacità libidiche si rigenerassero attraverso la creazione di una seconda e poi di una terza generazione, con la nascita di figli e di nipoti. Viene inoltre ipotizzato che il trauma della Shoah abbia avuto dimensioni tali che è stato necessario per la teoria psicoanalitica recuperare il concetto di “verità materiale”, contrapposto a quello di “verità storica”, così da riconoscere alla realtà esterna quel peso che il modello pulsionale a volte tende a trascurare.
The article explored the possible reasons for the long-latency communications between the return of the survivors from the Nazi death camps and the beginning of their stories about the dramatic experience of deportation. The narrative of the experience suffered, which probably coincided with the actual processing of the grief suffered, began, in fact, only after almost half a century since the trauma was experienced. Latency so long was probably needed either because the external environment, that would have to be accepted and understood it, was found unprepared to the difficult task, and because the survivors themselves that they needed their skills libidinal regenerated through the creation of a second and then a the third generation, with the birth of children and grandchildren. It is also speculated that the trauma of the Holocaust has had a size such that it was necessary for psychoanalytic theory to recover the concept of “material truth”, as opposed to the “historical truth”, so as to recognize the external reality that weight that the drive model sometimes tend to overlook.