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La psicoanalisi ci ha abituato a considerare la coscienza come quella caratteristica dell'introspezione su noi stessi che ce ne limita l'esatta percezione e che nasconde o nega qualcosa: la coscienza è ingannevole. La psico-analisi nasce per “analizzare” cosa c'è sotto la coscienza. Ma con che cosa si conduce questa analisi? Forse su tal domanda dall'apparenza ingenua non si è pensato abbastanza: lo strumento con cui conduciamo questa “analisi” è un complesso lavoro -pensierola cui base è in realtà una funzione di coscienza, purché si riesca (Freud per primo: metodo, tecnica) a orientarla e usarla per discernere, in un lavoro il più possibile allargato a quanto può essere osservato, su ciò che alla soggettività immediata non appariva e che anzi sembrava assolutamente nascosto e addirittura negato dal soggetto. C'è dunque un paradosso, per cui superiamo gli inganni della coscienza con la coscienza stessa. Oppure si tratta di due funzioni diverse, una coscienza che ci inganna e che nasconde, e una coscienza che svela e scopre: ed ecco l'inconscio. Si tratta di due coscienze diverse sotto lo stesso nome o solo di un addestramento particolare (quanto difficile!) di un'unica nostra funzione psichica? Dunque si afferma che l'oggetto di indagine della psicoanalisi è l'inconscio e lo si indaga con uno strumento, dato per scontato, cui dobbiamo riconoscere il carattere di “coscienza”, con la stessa denominazione che la psicoanalisi ci ha abituato a significare una funzione opposta, di opacità e inganno: ci si può chiedere pertanto se si tratti di due funzioni differenti o di due effetti per qualche ragione diversi della stessa funzione. Forse non si è indagato abbastanza sullo strumento con cui indaghiamo? (Imbasciati, 2014).
Freud schematizzò il suo modello tripartito Io-Es-Superio, in cui l'Io, dotato di coscienza, opera la rimozione: e con questa si spiega come può esistere l'inconscio. Ma vi si sottintende anche che l'es