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Lo sviluppo e la diffusione di AI, come Chatgpt, si sta accompagnando a prassi, sempre più frequenti tra i pazienti, che coinvolgono opere di sostituzione dell'analista nella dimensione temporale extra-seduta. L'oggetto-macchina, a differenza dell'oggetto-analista, con la sua potenziale connessione, favorisce un rapporto di delega delle proprie funzioni e di dipendenza da un oggetto inestinguibile, dove dimensioni necessarie alla crescita, quali separatezza, assenza, vuoto, sfumano. Tutto questo ci spinge ad interrogarci, non solo sul significato che questo tipo di utilizzo può avere nella specificità di ogni coppia analitica, ma anche sui sentimenti contro-transferali che queste particolari relazioni con l'oggetto-macchina attivano in noi, come analisti, nonché agli sviluppi trasformativi futuri di queste stesse relazioni. Riferendoci alle concettualizzazioni di Winnicott e Ogden, l'oggetto-macchina, in quanto non vivo, si può usare ma non si può realmente distruggere. In quest'ottica, lo spazio analitico può talvolta rischiare di rendersi artificiale, laddove la vitalità dell'analista, o del paziente, o della diade analitica venga meno. Attraverso un'esemplificazione clinica, verranno illustrati i passaggi di queste riflessioni, per ribadire l'importanza di superare posizioni difensive rispetto ai progressi del tecnologico e, infine, per evidenziare la fondamentale importanza di quell'umana alterità, necessaria allo sviluppo psichico.