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Soglia: oh, pensa che è, per due che si amanologorare un po’ la propria soglia di casa già alquanto consunta,anche loro, dopo dei tanti di prima,e prima di quelli di dopo … leggermente.
Non posso separare la nuova lettura di questo articolo fondamentale di Aron dal contesto in cui ho conosciuto Lew e il suo lavoro. Un gruppo di analisti romani ed io invitammo Lew a parlare della clinica relazionale il 4 aprile del 1998: fu per tutti una bellissima sorpresa sia personale che professionale. Lo psicoanalista che diceva cose così interessanti e nuove, le spiegava così bene, e dirigeva il Post-Doctoral Program del NYU, era anche un giovane uomo, pieno di passione e di allegria, che portava un orecchino! Qualcosa di impensabile nella scena psicoanalitica italiana dell’epoca. Questa mescolanza di sapienza professionale, profonda cultura psicoanalitica e autentica appassionata umanità, ha accompagnato la nostra amicizia durata più di vent’anni.
Conoscevo questo articolo perché era il terzo capitolo del suo libro “Menti che si incontrano,” che mia moglie Susanna Federici ed io abbiamo tradotto successivamente in italiano. Tradurre un libro implica una speciale intimità – linguistica, espressiva e concettuale – con l’autore. Molte volte durante la traduzione ci siamo fermati chiedendoci: “Andrebbe bene per Lew questo modo di rendere in italiano il suo pensiero?” Più di una volta gli abbiamo scritto per confrontarci e le sue risposte erano sempre velocissime e illuminanti.
Oggi, rileggendo “Il paziente e la sua esperienza della soggettività dell’analista” e cercando di commentarlo, mi sovviene la stessa domanda; e anche se Lew non è più fra noi, la sua voce rimane in me ancora piena di quella passione dialettica che ha accompagnato tutti i nostri numerosi incontri. Continua a colpirmi il modo originale con cui Lew attraversa il problema degli auto-svelamenti mettendo in rilievo non solo come “la soggettività dell’analista è un mezzo per cercare la