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La prima giornata del prossimo congresso di psicoterapia di Wiesbaden è dedicata ai rapporti fra psicoanalisi e sociologia. Come contributo all'argomento, vorrei richiamare l'attenzione su un problema che mi sembra relativamente trascurato in psicoterapia, quello dell'ideologia. Tale concetto ha una storia abbastanza lunga, che si fa risalire in genere agli «idola» di Francesco Bacone. L'uso del termine si è diffuso col marxismo, che designava con esso il condizionamento sociale delle enunciazioni teoriche degli avversari. Il concetto di ideologia è stato in seguito ripreso dalla sociologia borghese con Karl Mannheim, il quale ne ha generalizzato il significato fino a indicare, col termine di ideologia «totale», il condizionamento storico e sociale di tutto il pensiero. In Ideology and Utopia egli scrive (p. 70 dell'edizione inglese: «…vi sono sfere del pensiero in cui è impossibile concepire una verità assoluta che esista indipendentemente dai valori e dalla posizione del soggetto, e senza rapporto col contesto sociale». Mannheim parla anche di una concezione «valutativa» dell'ideologia, che «presuppone certi giudizi sulla realtà delle idee e delle strutture della coscienza» (p. 86), e con la quale egli si riavvicina alla definizione marxista. Mentre la concezione totale dell'ideologia si riferisce a qualsiasi forma di pensiero, la concezione valutativa dell'ideologia si riferisce alle formulazioni teoriche che si trovano in un certo rapporto con la realtà sociale. Più precisamente, fra le idee che trascendono la realtà, il Mannheim distingue le utopie, che tendono a spezzare l'ordine sociale, e le ideologie, che tendono invece a conservare lo stato di cose esistente e a nascondere la realtà (p. 173). Semplificando molto: tutte le idee sono condizionate dalla realtà sociale (ideologia totale), ma alcune tendono a rovesciare tale realtà (utopie), altre a conservarla (ideologie in senso valutativo).
Mi sembra che in generale gli psicoterapisti non siano abbastanza con