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L'animale, nei racconti, diviene fatalmente oggetto proiettivo di dimensioni personali dello scrittore, di suoi particolari problemi aperti rispetto all'esistere umano, di sue personali soluzioni a tali problemi.
Kipling, figlio della sua storia, fra la civile Inghilterra e la selvaggia jungla indiana, canta l'interiore libertà, non umiliata, ma rafforzata da un rapporto interumano intriso di rispetto quasi devoto.
«Il gatto che se ne andava solo»1 mostra il fondamentale problema umano della disponibilità alla dimensione selvaggia.
Il racconto si riferisce al tempo lontanissimo in cui uomini ed animali erano selvaggi. L'Uomo, che era terribilmente selvaggio, cominciò ad ammansirsi allorché incontrò la Donna, che gli disse che non le piaceva vivere quella vita così selvaggia. Essa preparò una bella e asciutta Caverna per loro abitazione, e, appesa all'entrata, a mo' di porta, una pelle secca di animale; gli disse: — Strofinati i piedi, caro, entrando; e ora mettiamo su casa. — Il racconto prosegue narrando come tre animali selvaggi, attratti dagli incantesimi della Donna, si presentassero alla Caverna: nell'ordine, il Cane, il Cavallo, la Mucca, e infine, non attratto da incantesimi, ma del tutto volontariamente, il Gatto. Di questi animali, i primi tre, vinti dalla certezza del pasto quotidiano, si legarono per sempre ai loro monotoni servizi. La Donna li ricompensò, oltre che col cibo, etichettandoli con nomi variamente significativi: il Primo Amico, il Primo Servo, la Datrice di Buon Nutrimento.
Il Gatto, dal canto suo, andò volontariamente alla Caverna, giacché la Donna non sembrava affatto avere bisogno di lui, e chiese d'esservi ammesso. Ne ebbe un netto rifiuto. Pose allora in opera un approccio, che a prima vista può sembrare soltanto seduttivo, ma che, in realtà, ha un senso assai più profondo, come la reazione della Donna dimostra. Le disse ch'Ella non poteva essere crudele, nemmeno con un Gatto, perché, oltre che saggia, era bellissima. Rispose la Donna: —Sape