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Come disse Roland, la psichiatria sociale è passata, nello scorcio di questo secolo, attraverso tre fasi, che possono simbolicamente venire contrassegnate da tre denominazioni: l'altrui, l'io e il «noi». Nella prima fase della ricerca psicopatologica l'osservatore studia l'altrui come modello psichico a sé stante, senza connessione con la sua famiglia, la sua società, la sua cultura. Con l'oggetto egli non si identifica, con esso ha un rapporto di pura osservazione. Secondo la nostra allegoria, passiamo alla fase dell'io quando l'osservatore è preoccupato di scoprire nel suo paziente motivazioni, bisogni, desideri che egli in parte trova anche in se stesso: è il mondo interiore dell'infermo che viene così scoperto e con cui viene in parte posta in rapporto la sua patologia mentale; l'osservatore «comprende» l'oggetto di studio identificando una parte di sé con l'altrui. Nella terza fase, quella del «noi», l'osservatore studia il fenomeno mentale da un punto di vista sociale, egli non si limita cioè a vedere amplificata nella malattia mentale la struttura conflittuale del singolo, ma osserva i rapporti fra il singolo fenomeno mentale e tutte le dimensioni di vita psicosociali, i valori, le tradizioni, le migrazioni, ecc., in cui egli vive col suo malato. Il disturbo psichico appare allora come punto di cristallizzazione di conflitti che fanno parte di tutta la cultura.
La psichiatria culturale si trova davanti ad ardue difficoltà di metodo, rappresentate dal diverso uso di concetti nosologici a seconda delle varie scuole psichiatriche, dei paesi e delle civiltà. Non abbiamo a disposizione un vocabolario univoco. Con lo stesso termine medico vengono spesso indicati stati psicopatologici diversi, mentre viceversa eguali tipi di disturbi mentali vengono talora denominati diversamente a seconda del sistema psichiatrico seguito. Un determinato concetto, come ad esempio quello di schizofrenia, viene applicato ora a denominare i veri e propri casi di dementia praecox, ora tu