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Nel linguaggio psichiatrico corrente il termine socioterapia coincide il più delle volte con il concetto di terapia d'ambiente ed esprime un rilievo di natura empirica sugli effetti benefici che determinate strutture sociali, all'interno di istituzioni psichiatriche, possono avere sulle condizioni psicopatologiche di malati ricoverati. A seconda delle strutture sociali messe in opera la socioterapia si scompone e si articola in ergoterapia, ludoterapia, terapia occupazionale, terapia espressivo-catartica, terapia comunitaria. L'insieme di queste strutture tende a proporre al malato ricoverato un particolare modello sociale che, ponendosi al confine tra una dimensione di giuoco ed una dimensione realistica, facilita una certa mobilitazione di affetti, una fluidificazione della comunicazione ed un incanalamento di energie che nel complesso qualificano la risocializzazione del malato e comportano una corrispettiva riduzione delle componenti autistiche del suo comportamento.
Ma per quanto rilevanti, e a volte sorprendenti, possano essere gli effetti benefici di queste istituzioni socioterapiche, queste non possono essere nella maggior parte dei casi considerate come delle vere e proprie terapie: il fatto terapeutico è essenzialmente caratterizzato da una serie di operazioni che un soggetto (il terapeuta) svolge a beneficio di altri soggetti (il malato) attraverso un contatto diretto, utilizzando o meno particolari strumenti (biologici, farmacologici o sociologici).
L'esperienza mostra che il più delle volte le iniziative socioterapiche vengono condotte in base ad una prescrizione iniziale approssimativa, e al di fuori di un rapporto personalizzato tra malato e terapeuta, essendo affidato all'impersonale organizzazione socioterapica, e non a degli operatori qualificati, il compito prevalente di migliorare il comportamento del malato.
In questa dimensione le istituzioni socioterapiche vanno considerate, più che come vere e proprie attività terapeutiche, come misure psicoigie