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Nella presentazione del primo numero - ancora un po' approssimativo - di « Psicoterapia e scienze umane », è rivolto un invito al dialogo fra chi si occupa di scienze sociali. Lo accolgo con l'avvertenza che mi muove una preoccupazione: discutere i problemi peculiari delle scienze dell'uomo attraverso un confronto continuo con la nostra realtà sociale. Una volta rifiutati gli schemi accademici (con i quali s'usa affrontare la realtà), risulta difficile discutere mantenendo un buon livello di rigore teorico; ritengo dunque questo un primo contributo di carattere generale e intendo specificare più avanti il mio discorso, entrando nel vivo di questioni teoriche, metodologiche e concrete della nostra società. La mia speranza è di arrivare col tempo, attraverso un lavoro comune, a definire dei modelli idonei a misurare taluni fenomeni della società italiana in trasformazione, che siano d'aiuto al nostro lavoro e alla cultura diffusa.
Suppongo che la sintetica presentazione della rivista avrà suscitato alla lettura due atteggiamenti: l'adesione incondizionata di chi si porta dentro la crisi degli idola tradizionali e vuol discutere ruoli e strumenti di conoscenza; il rifiuto categorico di chi agli idola si aggrappa perché gli manca il fiato a un cammino più aspro.
Mi sembra che questo sia sufficiente per documentare un fatto che d'altra parte tutti abbiamo sperimentato: che il momento è tutt'altro che conciliativo quando si voglia andare davvero alla radice dei problemi. Ne deriva che l'asprezza della denuncia, vera pars destruens di una dimensione dell'oggi che vorremmo consegnare alla storia, debba essere allargata per produrre, senza temperarsi in compromessi accademici o salottieri.
Piero Gobetti diceva che alla sua generazione sarebbe occorso un rigorismo radicale per ristabilire la verità, ma alla nostra non ne occorrerebbe di meno, dato che - per tacere tutto il resto - le conseguenze morali mistificanti del fascismo che egli combatteva, sono state pedagogia corrente