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In un altro lavoro (La psichiatria sociale: rassegna critica, « Arch. psicol. neurol. psichiat. » 27, 567-582, ) ho fatto una rassegna della ricerca empirica compiuta in psichiatria sociale. Mi sembra ora utile integrare tale lavoro con la esposizione delle due più importanti teorie generali del comportamento deviante, quella di Talcott Parsons, contenuta in alcuni capitoli di The Social System (The Free Press, Glencoe, Illinois ), e quella di Robert K. Merton, di cui sarà riferito in un articolo successivo. Le vedute del Parsons sul comportamento deviante sono strettamente legate a quelle sui meccanismi di controllo sociale; il presente articolo va pertanto confrontato con quello che su tale argomento è apparso nei fascicoli II-III, 1967, di questa rivista.
Nella traduzione dei termini inglesi seguirò criteri personali. Per quanto riguarda in particolare la parola deviant, la tradurrò con deviante, attenendomi all'uso ormai invalso nelle traduzioni italiane di opere sociologiche americane, malgrado una mia personale preferenza per il termine aberrante usato dal Ferrarotti.
Allo scopo di descrivere la genesi della motivazione deviante, il Parsons, nel capitolo VII del suo libro, parte dal paradigma fondamentale dell'interazione sociale, cioè da un processo di interazione in equilibrio fra Ego ed Alter, in cui Ego ed Alter abbiano stabilito dei reciproci legami catettici ed in cui entrambi abbiano interiorizzato il modello dei valori. Tale sistema di interazione è caratterizzato da una complementarietà di aspettative, cioè, il comportamento e gli atteggiamenti di Alter sono conformi a ciò che Ego si aspetta, e viceversa.
Si supponga ora che in tale sistema venga introdotto un elemento di disturbo, cioè che, per qualche motivo, il comportamento di Alter conduca ad una frustrazione delle aspettative di Ego. Ciò rappresenta per Ego una situazione di « tensione » e gli pone un problema di « adattamento ». Mediante un processo di apprendimento, Ego pu