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Le osservazioni che seguono sono una messa a punto di alcune meditazioni sul ruolo della personalità di Trotsky in una fase particolare del processo rivoluzionario del quale fu protagonista. L'occasione di questa messa a punto è stata offerta da una recente trasmissione televisiva: «La sconfitta di Trotsky», alla quale ho collaborato. Naturalmente la trasmissione non ha consentito, dato il suo carattere, l'approfondimento di alcuni temi concernenti il dramma personale di Trotsky. Poiché questo materiale era già stato raccolto, penso che possa essere un contributo utile all'esame delle relazioni tra ruolo politico di una determinata personalità e componenti psicologiche profonde della personalità stessa.
È molto significativo che Trotsky abbia concluso la sua autobiografia «La mia vita» con la perentoria affermazione : — Io non conosco la tragedia personale —. Questa affermazione ha molto colpito gli storici, gli studiosi, gli ammiratori di Trotsky. In particolare l'autore della sua biografia più completa, Isaac Deutscher, scrive nel suo volume «Il Profeta Esiliato» che è l'ultimo della trilogia che egli ha dedicato a Trotsky: —Quando, nel primo anno d'esilio, Trotsky concluse la sua autobiografia con le parole «Non conosco la tragedia personale» era sincero. Vedeva il proprio destino come un incidente nel grande flusso e riflusso della rivoluzione e della reazione. E non aveva grande importanza per lui, combattere per tutti i crismi del potere o come un esiliato— («Il Profeta Esiliato», Ed. Longanesi, 1965, pag. 36).
Un altro eminente studioso già seguace di Trotsky, il sociologo francese Pierre Naville, cita questa stessa frase e, molto significativamente, la colloca dopo la descrizione della partecipazione di Trotsky alle esequie di quello che, forse, fu il più fedele dei suoi collaboratori: Adolph Joffe. Ricordando la presenza di T. a questa cerimonia, Naville proprio in questa occasione associa la rievocazione con le parole che T. scriverà tre anni più tardi : — I