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Fra le teorie psicologiche e le tecniche pedagogiche non c'è di solito un rapporto diretto. La psicologia non guida la pedagogia, anche se le fornisce principi di igiene mentale e di cura dello sviluppo affettivo, o tecniche razionali di apprendimento. I limiti della ricerca tipici del costume accademico inducono spesso lo psicologo ad occuparsi di questioni educative singole, staccate dal contesto generale della struttura dell'istruzione. Ma il problema di fondo è quello del significato dell'educazione in rapporto alla formazione dell'individuo. Ogni cultura richiede un certo tipo d'uomo, preparato a compiti socialmente precisabili. Ignorare questa richiesta significa, per lo psicologo, rinunciare alla propria responsabilità sociale. Affrontarla, d'altronde, gli propone una serie di scelte che impronteranno qualsiasi tecnica educativa specifica. Lo sviluppo attuale delle conoscenze conduce ad un mutamento delle richieste sociali verso la pedagogia, e mette in crisi la istruzione come apprendimento passivo. Le informazioni sono in rapida espansione. Diventa illusoria la pretesa di dominare mnemonicamente, anche in settori specializzati, tutte le nozioni disponibili. Il programma pedagogico tradizionale viene superato: non c'è più bisogno di un indefinito ed impossibile accumulo di informazioni nei vari settori del sapere, ma cresce la necessità di poter controllare quegli strumenti che permettono una più corretta scelta ed un migliore uso delle informazioni stesse. In via ipotetica, la istruzione può essere impostata sulla trasmissione al discente di quelle tecniche mentali che gli consentiranno di apprendere in modo più autonomo e di migliorare le proprie capacità di lavoro intellettuale. Lo sviluppo cognitivo, dunque, può diventare il fondamento di una teoria generale dell'istruzione.
Bruner è una figura culturale dominante nel settore dell'educazione. Docente ad Harvard, si occupa del problema con un taglio psicologico della ricerca e con una posizione originale,