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Circa un anno fa, usciva nelle librerie parigine la raccolta degli Ecrits di Jacques Lacan: un volumone di ben 900 pagine, che inaugurava, nelle Ed. du Seuil, una nuova collana psicoanalitica, «Le champ freudien». L'avvenimento editoriale ebbe su tutta la stampa francese un rilievo enorme. Trovandomi allora a Parigi, ho colto l'occasione per incontrarmi con Lacan, ed intervistarlo molto lungamente.
Jacques Lacan occupa un posto unico nel movimento psicoanalitico mondiale, e da molti è addirittura ritenuto il più importante psicoanalista vivente, benché non sia stato ammesso a far parte della Società Psicoanalitica Internazionale (tale eterodossia, peraltro, gli viene spesso ascritta a titolo di merito, come patente di non conformismo). In Francia è ormai da anni considerato un maestro di pensiero, alla stregua di un Sartre, o di un Lévi-Strauss, dei quali d'altronde è coetaneo; e, insieme a Lévi-Strauss, è il principale esponente del movimento strutturalista promosso da Roman Jakobson.
Come studioso, Lacan è sulla breccia da trent'anni, e da trent'anni svolge un'attività infaticabile: sul piano clinico-terapeutico, ma anche nell'insegnamento superiore, come direttore di una équipe di ricerca sperimentale, e infine come pubblicista e conferenziere.
Eppure, sino a un anno fa, Lacan non aveva pubblicato nemmeno un libro. I suoi testi erano in certi casi introvabili, o addirittura inediti; così finivano per circolare quasi esclusivamente all'interno di élite culturali ristrette, dando luogo a una forma di snobismo come ce ne sono tante. Lo stesso linguaggio di Lacan, oscuro, contorto, ellittico, personalissimo, è quanto mai propizio a incoraggiare esoterismi e consorterie. Tutto ciò, unito alla sua cultura sterminata e preziosa, e al suo temperamento imprevedibile (per usare un eufemismo), conferiva a questo singolare analista un'aura stregonica di cui si sarà forse compiaciuto, ma che in fin dei conti non gli giovava affatto.
Il volume uscito l'anno scorso, sarebbe potuto