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Il modo moderno di interpretare i miti, iniziato con la scuola del Frobenius, supera l'indirizzo naturalistico che li considerava racconti allegorici di eventi naturali, e vede nei fatti della mitologia le espressioni di eventi psichici. Eventi che hanno il valore di esperienze originarie, le archai, come le chiama il Kerényi, alle quali risalgono le ulteriori esperienze dell'uomo.
Questa esperienza originaria che il mito ci racconta è dunque il primo conoscersi dell'uomo come tale, ovvero il suo primo conoscere il mondo nella situazione di uomo.
Questa visione iniziale di sé e di sé nel mondo, non solo spiega il modo dell'uomo di porsi in esso, ma condiziona e dirige il suo ulteriore atteggiamento, per cui il mito continua ad agire nell'essere umano quale ripetizione di una esperienza originaria.
Il Kerényi ci dice che l'uomo antico, prima di agire, avrebbe cercato nel suo passato un modello in cui immergersi, e Jung ci parla degli archetipi come di tendenze a ripetere esperienze di tipo universale.
Ma che senso ha questo ripetersi di un evento, che è all'origine della nostra esistenza di uomini?
Non si tratta di una mera ripetizione, bensì dell'esprimersi, nella forma originariamente vissuta, di una modalità di esistenza da cui non possiamo prescindere, quella umana.
In ogni atto della nostra esistenza, infatti, noi nasciamo, in quanto ci trascendiamo come esseri puramente biologici e ci poniamo nel mondo come essere umani. E questo nostro nascere è da noi sperimentato ogni volta, sia nella forma della mitologia cui apparteniamo, che può essere definita una psicologia collettiva, sia nella forma della nostra propria psicologia, che possiamo anche chiamare mitologia individuale.
Vivere il mito equivale perciò a porsi nella realtà in quel modo in cui abbiamo sperimentato originariamente la nostra condizione di uomini.
È certo che al profano di psicologia del profondo le vicende di Hermes e di Dyoniso e le fatiche di Ercole possono apparire favole più o meno divertenti, tutt