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Di Bruno Bettelheim mi interessa l'opera ma anche più la vita, come testimonianza di momenti culturali fondamentali nell'Occidente da quarant'anni in qua. Penso ad un medico ebreo che vive il clima di Vienna fra le due guerre, dalla grande tradizione mitteleuropea alla violenza pantedesca. Lo immagino tentare tumultuosamente la strada marxista, quella socialdemocratica, poi cercare una soluzione altrettanto globale nella psicoanalisi. Con Freud come genius loci quest'esperienza fa di Bettelheim un neofita entusiasta: di fronte all'involuzione fascista della sua patria e dell'Europa si intravede un nuovo umanesimo, l'ideale psicoanalitico di esistenza diventa altrove l'illusione del tempo e può essere qui un'arma potente. Poco dopo il nazismo, con un anno di «lager», lo confronta con ciò che egli chiamerà una «condizione estrema di resistenza», che gli rivela la natura profonda ed i limiti della psicoanalisi. Poi l'accoglienza americana, le possibilità di lavoro e di ricerca. La scelta della psicoterapia delle psicosi. L'approdo ad un istituto per il trattamento di bambini psicotici, l'incontro con un altro momento cruciale degli ultimi venti anni, dove la psicoterapia come tecnica, la riflessione sull'uomo e la questione delle matrici sociali dell'esperienza individuale confluiscono. Infine, l'accettazione di una filosofìa tutto sommato tranquillizzante, ma anche una consapevolezza critica che non lo abbandona più; degli ideali forse deboli, e tuttavia la cura di bimbi gravemente regrediti in un'istituzione pilota ammirevole.
Il suo cammino esistenziale ha insegnato a Bettelheim molte cose. Nel suo discorso mi interessa cogliere i legami dell'esperienza del lager con la tecnica terapeutica delle psicosi da un lato, con la teoria generale della psicoanalisi dall'altro. E un altro aspetto: il momento in cui la riflessione psicologica raggiunge quella sociologica, l'analisi della posizione individuale in una società di massa. Si può iniziare da un punto significativo: i