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In una fase in cui anche in Italia comincia ad affermarsi la prassi professionale della psicoterapia e, come è attestato anche da questa rivista, cominciano a svilupparsi attorno ad essa delle discussioni teoriche, mi sembra importante che si cerchi di chiarire il significato di questa attività per influire sulla direzione che essa può prendere nel nostro paese. In un articolo da me pubblicato nel primo numero di questa rivista, in cui invitavo ad un dibattito sul problema dell'ideologia in psicoterapia, le citazioni da Freud dimostravano come egli fosse consapevole delle potenzialità rivoluzionarie della psicoanalisi ma esitasse a trarne tutte le conseguenze. Il suo atteggiamento conservatore si è accentuato col pessimismo delle ultime opere; come dice Lukàcs in Storia e coscienza di classe: «Il pessimismo … eterna lo stato presente, rappresentandolo come un limite invalicabile dell'evoluzione umana»; mentre Wilhelm Reich, nella Rivoluzione sessuale, dice: «È difficile smascherare questo ingenuo biologismo meccanicistico, perché ha una funzione ben definita nella nostra società: sposta il problema dal campo sociologico a quello biologico, nel quale non è possibile intervenire.» Rifiutando il biologismo conservatore di Freud e mettendo in evidenza l'aspetto interpersonale dei disturbi psichici, attraverso molte osservazioni empiriche sulla reale struttura oppressiva della famiglia, i neofreudiani americani hanno aperto la porta alla comprensione dell'origine sociale, mediata dalla famiglia, dei disturbi psichici. D'altra parte, questa possibilità non si è tradotta in una critica coerente della società: o, come Sullivan, i neofreudiani hanno rinunciato ad indagare i nessi tra l'ambiente familiare e la società (come nota Arieti nell'Interpretazione della schizofrenia), oppure, come Fromm, lo hanno fatto con tono sermoneggiante (come ben dice Marcuse in Eros e civiltà). Al contrario, la società americana ha prontamente integrato le varie scuole psicoanalitiche con la p