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Quando Virgilio nelle Georgiche afferma che nell'alveare delle api da miele, si rivela l'azione di una « mens omnibus una » noi abbiamo in sintesi la concezione degli antichi sul comportamento sociale degli animali. Una concezione limitata, derivante da una conoscenza altrettanto limitata, poichè l'attenzione degli antichi si limitava in genere agli stati ben organizzati, ordinati e produttivi degli insetti sociali. Il comportamento di questi animali si prestava a fornire esempi per le teorie filosofiche, già formulate al di fuori e al di sopra dell'osservazione comportamentale.
La tendenza a proiettare nel comportamento sociale animale caratteristiche culturali umane rimase più o meno radicata nella cultura medievale, per lo meno fino a quando non si scoperse che il cosidetto « re » delle api era una « regina » e che i cosidetti « soldati » erano delle « operaie ». A questo punto la società delle api tanto esaltata in precedenza, apparve un grave insulto alla struttura patriarcale della società umana e fu dimenticata.
In epoca moderna poi trovò più credito l'opposta concezione di tipo idealistico di dicotomizzare il comportamento in due « nature »: una umana e un'altra animale. Per questo punto di vista il comportamento sociale dell'uomo sarebbe unicamente un prodotto storico-culturale.
Ortega y Gasset sostiene che « l'uomo non ha natura, ciò che ha è storia ». Mentre l'animale era considerato un meccanismo di risposte automatiche, dette « istintive », la cui semplicità e linearità ricorda più una macchina che un organismo.
Su queste basi ideologiche si negava quindi anche la sola possibilità di una vita sociale degli animali. Infatti lo zoologo si interessava di anatomia, fisiologia, tassonomia e non di indagine comportamentale.
Non a caso il primo che si rese conto delle relazioni sociali intercorrenti fra animale e animale, animale e gruppo e fra gruppi di animali fu Darwin.
Fenomeni di comportamento sociale, quali la comunicazione, la cooperazione, l'imit