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Nella particolare situazione attuale, caratterizzata dalla ricerca inquieta della propria fisionomia e della propria identità da parte di ogni operatore sociale, si tende spesso a considerare ogni approccio tecnico dei problemi come una maniera di eludere il problema di fondo, o di addormentare nel compiacimento di soluzioni immediate e parziali la cattiva coscienza risvegliata dalla consapevolezza di esigenze di soluzioni più radicali e stabili.
Questa diffidenza ha delle precise ragioni storiche, che ci obbligano a restare vigili onde evitare il rischio di identificarsi alla dimensione tecnica invece di considerarla uno strumento di lavoro e di azione; per non ripetere l'atteggiamento dell'operatore che si illude di poter svolgere la sua funzione di tecnico in maniera asettica e disinserita dal contesto e dal flusso sociali. Altrettanto vigili tuttavia dobbiamo restare per non cadere nella trappola opposta, allorchè il rifiuto del tecnicismo diventa anche rifiuto della tecnica, e la mitizzazione della lotta al sistema si traduce in alibi giustificativo di una non conoscenza o della riluttanza alla disciplina dell'apprendimento.
Nel campo professionale sociale ci sembra che preludio ad ogni azione consapevole in qualsiasi direzione, non possa che essere l'assoluta padronanza dello strumento tecnico specifico di ogni operatore. Attraverso questa padronanza assoluta, gli sarà dato di muoversi a suo agio nel suo campo di lavoro particolare, in maniera che, non impacciato dal balbettamento tecnico, egli possa con maggiore scioltezza e libertà rivolgersi a quelli che di volta in volta gli appaiono o prospetta come tappe fondamentali della sua funzione sociale. In assenza di questa padronanza il rischio è grande che egli finisca strumentalizzato nelle mani sia della corrente detta conservatrice, sia di quella detta progressista; cioè in definitiva di ideologie preconcette che cercano di imporre la logica del pensiero alla logica delle cose, invece di confrontare le due re