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La preoccupazione che attualmente turba le coscienze più vigili degli psicoterapeuti è quella di agire, nell'esercizio stesso della loro professione, a salvaguardia dell'ordine costituito contro la libertà individuale; e ciò perché, essendo la malattia mentale considerata una deviazione comportamentale rispetto alla norma, la sanità viene a coincidere con il comportamento dei più, che in un dato organismo sociale, è la conformità ai ruoli sanciti dallo stesso.
Questa preoccupazione sembra essersi risvegliata in Italia in seguito agli sviluppi della psicoanalisi in America, là dove, come appare dall'opera di Parsons, il sistema capitalistico viene eretto a « sistema sociale » per eccellenza e il rifiuto delle norme imposte dal sistema stesso viene denunciato come patologico. La cura consiste pertanto nel riportare i devianti alla normalità, come fa la scuola culturista che attraverso l'illusoria prospettiva di uno « sviluppo produttivo della personalità » porta l'individuo a far propri, quali supremi valori umani, gli schemi comportamentali che la società stessa propone. Inoltre l'applicazione di queste tecniche terapeutiche a istituzioni sempre più vaste (famiglie, gruppi terapeutici, gruppi di formazione professionale, ecc.) minaccia di fare, dei tecnici stessi, dei potenti strumenti di potere.
La reazione, qui da noi a questo stato di cose, porta a una sorta di immobilismo: da una parte, si continua ad accogliere teorie e tecniche americane con un sentimento di impossibilità ad agire se non nella stessa direzione, dall'altra, si arriva, per lo meno nelle coscienze più sensibili, a mettere in questione, come pericolosa, la stessa attività terapeutica. Così, mentre una deprecazione impotente, che sembra a sua volta scaturire da un sentimento di inevitabilità di restare mercato di consumo della cultura americana, fa sì che si eviti il riesame critico dei prodotti che essa ci fornisce (in questo caso l'analisi sistematica dei modelli operativi necessaria per valutare la