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In questo rapporto presento il risultato delle mie esperienze pratiche. Limiterò pertanto le implicazioni teoriche a quelle necessarie per la comprensione di uno specifico problema. Mi asterrò anche da riferimenti dettagliati alla letteratura, accontentandomi di citare di volta in volta un autore che abbia studiato più specificamente un determinato problema.
Ho scelto deliberatamente di non fare un'esposizione scientifica completa e fondata, ma una conversazione che permetta di affrontare taluni aspetti della psicoterapia analitica di gruppo. L'ho preparata per degli psicoterapeuti che non abbiano ancora pratica in questo campo.
Pertanto, prego i miei colleghi che già praticano la psicoterapia di gruppo, di volermi scusare di fornire loro delle informazioni che già posseggono, altrettanto bene, se non meglio di me. Cerchiamo in primo luogo di definire il posto che occupa la psicoterapia analitica di gruppo fra tutte le terapie di gruppo. Queste hanno in comune una caratteristica molto importante: si rifanno tutte alla « dinamica di gruppo ». Non mi soffermerò sulle conoscenze che lo studio sociologico e sociometrico dei piccoli gruppi, che, con il nome di microsociologia, è divenuto un ramo speciale della sociologia, ci ha portato in questi ultimi decenni. È evidente che attualmente conosciamo molto meglio le forze inerenti la vita di un gruppo, la sua creazione, ma anche il suo scioglimento. La psicoterapia di gruppo, qualsiasi sia la tecnica che utilizza, deve acquisire nella pratica, molto di più che nella teoria, queste nozioni, il loro impiego ed i loro effetti. Non nego che siano indispensabili le conoscenze teoriche, ma vorrei insistere sul fatto che è vivendo, da partecipante o da animatore, la vita di un gruppo, che è realmente possibile assimilare ed incorporare l'essenziale della dinamica di gruppo.
Fra le terapie di gruppo, se ne possono distinguere tre grandi classi. Da un lato abbiamo i gruppi detti di attività (ad esempio, i gruppi di ergoterapia o i gru