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In questi ultimi anni si è venuta sempre più estendendo (o semplicemente evidenziando) sul piano della vita pubblica, la fascia delle necessità di interventi assistenziali a favore dell'infanzia. Ciò è certamente dovuto alle innumerevoli trasformazioni che hanno coinvolto la società nelle sue modalità tradizionali di assetto e di funzionamento. Gli Enti Pubblici e gli Enti Locali in particolare che sono a diretto contatto con i bisogni della popolazione, hanno sentito sempre di più il disagio di non poter far fronte alla massa e alla qualità dei bisogni movendosi nelle maglie anguste degli ordinamenti vigenti. Per questo si va postulando con sempre maggior forza e sempre più coralmente la necessità di un ordinamento legislativo della materia assistenziale.
Nel momento però in cui ci si propone di formulare una politica di assistenza all'infanzia che sfoci eventualmente in una programmazione legislativa, ci si imbatte in una serie di problemi e di difficoltà la cui analisi riconduce in definitiva a considerazioni di fondo che riguardano la società nel suo assetto strutturale, nella sua evoluzione storica e nel modo di porsi di fronte all'individuo. La scelta assistenziale non è infatti una scelta di tecniche più efficienti rispetto ad altre che lo sono meno, ma è sempre, consapevole o no, una scelta ideologica politica e culturale. Possiamo utilizzare a livello del discorso assistenziale l'esemplificazione dei tre modelli di comportamento che Alberto Alberti ha definito nel corso della sua analisi dei rapporti fra società e nuove generazioni. «Società fortemente organiche, chiuse, rigide si preoccupano di conservare tradizioni e di mantenere lo status quo senza alcun mutamento (sistemi schiavistici, feudali); altre società, ugualmente conservatrici, cercano di mantenere la situazione nella sua sostanza, pur se consentono adattamenti particolari e 'movimento' in settori marginali (per es. nella attività ricreativa), ed hanno cura di apportare ritocchi tecnici ed ammode